Agricoltura, Tempo… e molto di più!

di | 03/02/2019

La Terra… secondo Matteo!

L’articolo che segue è stato scritto da Matteo, un mio caro e illuminante amico.
Non sono le parole di un “vecchio agricoltore” ma di un agricoltore che ha saputo attingere dalle sue radici una saggezza naturale e antica .

E’ un innovatore con il cuore di chi scrive Terra con la T maiuscola.
Che sente di “essere parte”, in connessione con gli elementi della natura e dello spirito… e muove i suoi passi nel sentiero del rispetto .

Prendetevi il tempo per leggere l’articolo, quel Tempo che in tanti stiamo cercando e che da molto tempo ci sta aspettando.
La visione di Matteo non ha solo radici profonde ma anche una chioma amplia e ricca di nuovi germogli.

Riporto questa frase del suo articolo:

“L’arte di coltivare l’orto e quella di coltivare se stessi convergono
e la terra porta i frutti che nel profondo stiamo coltivando.”

Ti lascio a parole che toccano il cuore… Buona germogli-azione!
 
Velocità del verbo coltivare

Da agricoltore, quando penso al futuro dell’agricoltura mi ritrovo fra i racconti del passato, quelli che ho ascoltato dai “vecchi”, i racconti di come era la vita in campagna prima della meccanizzazione e prima degli input di natura chimica.
C’erano più persone, meno cibo, vita più breve, meno cultura, meno libertà di fare, maggiore lentezza, meno fretta, moltissimo lavoro – anche fra i bambini –  meno “stress”.
Nei racconti che ho ascoltato la gioia c’era. Non era di meno.
 
Il sole anche allora era il “primum movens”, il motore senza il quale la fotosintesi non si attiva e, a cascata, la vita non sapremmo come immaginarla.
 
La vita in natura nasce e si trasforma con dei ritmi che sono dati.
Quanto più con la nostra esistenza rimaniamo su quel ritmo, tanto più è facile che la natura riesca a sostenere la nostra presenza senza perdere la propria vitalità. La stessa vitalità che sostiene noi, la specie che ha giocato più di altre a trasformare i mattoncini stessi di cui la natura è costituita.


Se vado a Roma in Cinquecento, consumo meno risorse ed emetto meno CO2 di quanto farei se ci andassi in Ferrari, ma ci metto più tempo.
E così per ogni cosa che produco o consumo. Più lo faccio in fretta, più, a parità di strada fatta, consumo energia ed immetto in natura elementi che ad essa nuocciono (alterando i suoi equilibri od ostacolando i suoi cicli vitali).


Questi, ridotti in estrema sintesi, i concetti rispettivamente di entropia e di inquinamento.


La natura è in grado di sostenere una produzione ed un consumo rapidi oltre una certa velocità? Quanto velocemente può compiere i propri cicli rimanendo vitale?

Questi, dal mio osservatorio, nel linguaggio più scientifico e insieme più comprensibile di quanto possa, i termini della questione “sostenibilità”.

Ridotta all’osso, la questione della sostenibilità è una questione di velocità.

Quella con cui produciamo energia utilizzabile, beni, servizi ed esternalità inquinanti, elementi che si accumulano senza entrare in nessun ciclo vitale, ostacolandoli o togliendo loro vita. 
Formulato in questo modo, risulta più evidente come il tema della sostenibilità coinvolga l’agricoltura come ogni altro settore.

Forse per il fatto che la natura e il cibo hanno a che fare direttamente con l’agricoltura, è con essa che molto spesso la questione sostenibilità è associata.

Quando invece andrebbe abbinata, dal mio punto di vista, al fattore velocità con cui ogni settore produce e consuma e, di conseguenza, al lavoro di ciascuno di noi: a cosa ci dedichiamo veramente nel lavoro e in che modo.

Anche in agricoltura, ogni volta che utilizzo tecniche ad alto input energetico o chimico, aumento la produttività, la velocità con cui produco, a scapito dell’immissione nell’ambiente di una maggiore quantità di gas serra e di esternalità difficilmente assorbibili e trasformabili nei cicli vitali della natura.
 
L’Ecologia ci dice che, più siamo veloci nel produrre e nel consumare, meno la natura può sostenerci, meno siamo sostenibili per essa.

D’altra parte, l’Economia ci dice al contrario che le cose per noi vanno bene se il Prodotto Interno Lordo cresce velocemente. 


Ecco qui la grande schizofrenia culturale in cui mi sento immerso.
E anche il punto della scelta. Di ciascuno.

A chi credere? All’Ecologia? All’Economia? Come comportarsi di conseguenza?
A cosa credere (se all’economia o all’ecologia), implica chiedersi quali sono i valori a cui rispondiamo per primi, se valori legati all’economia o legati all’ecologia.


Perché la vita quotidiana, nelle relazioni con se stessi, con gli altri,
con la natura e con le cose,
è permeata completamente di comportamenti
che rispondono ad una delle due visioni.

L’economia segue i valori dell’efficienza economica e della tecnica, nell’aumentare la velocità con cui produciamo beni scambiabili o servizi.
L’ecologia chiede di rallentare ed osservare bene di cosa abbiamo più bisogno per alimentare e sostenere la vita che è in noi.

Scrive l’enciclopedia Treccani alla voce: “Prodotto Interno Lordo – Importanza del PIL e suo andamento nei primi anni Duemila. Altri metodi di valutazione”.

“(…) nel corso degli ultimi anni sta emergendo la necessità di effettuare la valutazione di un Paese anche in base ad altre componenti -sociali, ambientali, culturali ecc.- oltre a quelle economiche (…)
 
Scrive Umberto Galimberti su “D” supplemento de “La Repubblica” – 25 agosto 2018 – pag. 138:

“Oggi la società (…) è governata da valori economici, che a mio parere sono molto più vincolanti e cogenti di quanto non siano quelli ultraterreni. Pensiamo solo al valore denaro che, da “mezzo” per la soddisfazione di bisogni e la produzione dei beni, è diventato il “fine” per perseguire il quale, si vede di volta in volta se soddisfare i bisogni e in che misura produrre i beni. Pensiamo a quanto vincolante e sempre più pervasiva sta diventando la razionalità della tecnica, che prevede si raggiunga il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi. I valori che la tecnica impone sono unicamente quelli dell’efficienza e della produttività (…) 


Ognuno di noi, inoltre, lavora in un apparato che ha le sue regole, -sia che si tratti della fabbrica, della scuola, dell’ospedale, dell’amministrazione- e, all’interno del sistema, deve svolgere con la massima efficienza le azioni descritte e prescritte dall’apparato.
La sua responsabilità non riguarda le conseguenze delle sue azioni, ma unicamente la buona esecuzione degli ordini dei superiori che trovano la loro formulazione nei regolamenti e nei mansionari.

(…. ) l’apparato esige che si obbedisca agli ordini.
Ricorda la giustificazione “Io ho ubbidito agli ordini” che nei processi adducevano i gerarchi nazisti.”

 
Il passaggio che queste letture offrono e che mi sta a cuore è il seguente:
come è possibile operare una scelta rispetto a quali valori rispondere, quando il comportamento abituale, dettato dai valori economici legati alla tecnica, è quello di ritenermi responsabile unicamente della buona esecuzione delle mansioni ricevute invece che delle conseguenze delle mie azioni?

Se il contesto in cui lavoro mi abitua a rispettare le mansioni evitando di considerare le conseguenze delle mie azioni, come posso sentirmi parte attiva del progetto a cui sto offrendo il mio lavoro?

Se non posso sentirmi attivamente partecipe, come posso sentire di appartenere al contesto a cui quel progetto è dedicato?


Se non appartengo a ciò a cui offro il mio contributo attraverso il lavoro,
come posso essere toccato dalle conseguenze delle mie azioni?


Per evitare questo vicolo cieco, la strada del non agire o dell’agire passivamente, la prima scelta ecologica da fare – lo scrivo in primis per me – è mantenere il focus sulla conseguenza delle mie azioni.
 
La prima difficoltà che trovo è questa:
vivendo a contatto col mondo che tutti noi conosciamo, una volta riempiti ad arte i moduli che certificano che il lavoro è stato svolto secondo i mansionari, compilati i documenti che si sono autoprodotti in conformità alle regole, il tempo per pensare ad altro e dirigere il focus non rimane più. 


E’già finito, oppure rimane ma di qualità scadente, dopo avere compiuto quell’attività tanto innaturale.


Così, il primo compito che mi sono dato, è quello di trovare un’organizzazione che mi restituisca del tempo, rinunciare a parti di lavoro o finanziamenti che ne avrebbero tolto troppo.

Trovare più tempo per guardare,
pensare o progettare, rimanere in contatto.
Fare delle pause.

Poi ho iniziato a pensare a qualche progetto “altro”, diverso, scollegato dal sistema prevalente a cui tutt’oggi contribuisco, a modo mio, attraverso il mio lavoro. (Sento di dovere tenere conto anche del fatto che il mio lavoro ne offre ad altre persone e, trasformarlo senza creare instabilità, non è compito da poco).


Al momento questa isola è un minuscolo orto sinergico sperimentale alla cui costruzione hanno contribuito anche numerosi ospiti.

Non è a costo zero e non ho rinunciato alla tecnica per portare acqua, fare gli scavi necessari per le tubature, utilizzare uno scavatore ed un trattore per spostare un cumulo di terra franata, trasportare il compost vegetale ed il letame.


L’obiettivo è farlo vivere molto tempo, senza avere bisogno di rivoltare il substrato e soprattutto senza distribuire nemmeno una goccia dei più antichi fungicidi, come lo zolfo o il solfato di rame, né altri fungicidi o insetticidi convenzionali o biologici.



Qual è la visione che c’è dietro: si tratta davvero di creare uno spazio nuovo entro cui vivere. Nuovo però significa consapevole di cosa rappresenta innanzi tutto in termini di valori: più lentezza e meno velocità, meno cose e più tempo. Meno cibo pronto e più cucina per esempio. Ma anche proprio meno cibo.
Perché l’economia si è già impadronita di parole come “cibo salubre”, “benessere”, “sostenibilità”, “biologico”.

Uno spazio dove costruire
non ha come prima utilità la produttività;
uno spazio dove costruire serve per vivere altro,
come relazioni armoniose con se stessi,
con le persone, con la natura.

C’è una seconda visione che mi sta a cuore dietro l’orto sinergico realizzato la scorsa primavera.
Gli agroecologi sono una famiglia di ricercatori, antropologi e agronomi, che si dedicano alla ricerca scientifica osservando il mondo dalla seguente premessa epistemologica: le regole della natura non sono immutabili e scritte con codice matematico capace di descrivere il meccanismo naturale, ma sono in coevoluzione continua con l’uomo ed il suo sistema di valori, credenze, società, cultura.

Poche parole per dire che, se inauguro uno spazio nuovo e lo guardo secondo il presupposto conoscitivo degli agroecologi, è possibile che quello spazio segua regole biologiche diverse da quanto posso aspettarmi secondo le conoscenze scientifiche note, inerenti ad esempio il comportamento di batteri, funghi o insetti e la loro relazione con le colture.
Posso cioè aspettarmi un comportamento diverso da quanto potrei prevedere per uno spazio progettato e immaginato da una posizione conforme all’abitudine.

 
Volendo dire la stessa cosa con un linguaggio olistico invece di scientifico.
Se osservo un orto a partire dalle premesse epistemologiche proprie degli agroecologi, posso vedere uno spazio dove:

l’arte di coltivare l’orto e quella di coltivare se stessi
convergono
e dove la terra porta i frutti
che nel profondo stiamo coltivando.


Vale a dire: mera produttività o relazione con me stesso, con chi ho intorno, con il cibo e la natura allo stesso tempo?
 
Tutto questo per inquadrare come vedo e sento la parola sostenibilità, quali valori contiene, il concetto di velocità riferito all’ecologia, i valori sui cui si schierano ecologia ed economia, cosa implica lo scegliere, il bisogno di generare, attraverso la scelta, spazi nuovi


La campagna che i “vecchi” mi hanno raccontato
era una campagna lenta.

C’era la parola detta e la fiducia.

Poche clausole nei contratti.

Anche molte conoscenze non erano scritte, tanto era legato alla manualità che si imparava facendo.



Era anche una campagna povera: tantissimo il lavoro fisico necessario ed essendo svolto manualmente dalle famiglie, spesso le meno abbienti, a queste non rimaneva tempo per fare altro, come lasciare andare a scuola i bambini e i ragazzi oltre una certa età.

 
C’era molta relazione: nel modo di organizzare i lavori, per l’appunto manuali, o nell’interagire nelle feste d’estate, nelle sere d’inverno nelle stalle.
 
Oggi davvero non so come si può riformare un sistema agricolo e sociale, tornando un po’ indietro nel tempo, ma non così tanto da rimanere senza quei vantaggi che la tecnica in sé e per sé ha portato (e che l’economia ha tolto), come ad esempio disporre di tempo al di fuori del lavoro, da potere vivere nella lentezza, a contatto con la vita interiore e nel corpo oltre che nel pensiero.

Non so come si può riformare un sistema agricolo e sociale evitando quanto basta il rischio di rimanere isolati da una rete sufficientemente ampia di persone, senza la quale non potremmo scambiare beni e servizi e non potremmo sostenerci.

So che possiamo creare qualche piccolo spazio nuovo, come il piccolo orto sinergico, come seme da coltivare insieme ad altre persone. Mettendo bene l’accento, ogni volta che è possibile, su cosa significa nuovo, innanzi tutto in termini di valori: più lentezza e meno velocità, meno cose e più tempo.
 
Vedo intorno la campagna delle nostre colline che inizia ad essere abbandonata e immagino che lo spazio nuovo del futuro sarà quello in cui le persone dedicheranno almeno un po’ del loro tempo e lavoro alla campagna, non per aumentare l’efficienza del lavoro o della produttività agraria, ma per mantenere un contatto con la Terra, per mangiare un cibo gustoso, mangiarne meno e del tipo che c’è.
 
Sto introducendo l’idea secondo cui, una volta ripreso il collegamento con le nostre azioni, la sostenibilità passerà attraverso la costruzione di sinergie, vale a dire di nuove relazioni con le cose, il lavoro e le persone che se ne occupano, tali per cui un’azione finirà col significare tante altre azioni, per la natura e per l’uomo in quello specifico contesto.

Dentro a queste sinergie vedo la produzione di cibo non soltanto in relazione al bilancio energetico o degli inquinanti, ma in relazione a tutte le conseguenze per le persone coinvolte.

Molto importante la dimensione partecipativa, poiché ogni volta che rinuncio ad un po’ di efficienza economica per migliorare un bilancio energetico ed essere più sostenibile per la natura, aumentano i tempi di lavoro, il lavoro è meno meccanizzabile, occorrono più persone.


Quel lavoro e quel tempo avranno un significato diverso,
legato non tanto al bene prodotto o alla retribuzione,
ma alla qualità della relazione in atto
con la natura, col cibo,
con le persone con cui sto collaborando,
con me stesso.

Articolo di Matteo Bolognesi

 

“Grazie Matteo… una rete di persone presenti a se stesse e al mondo…
Nuovi germogli!

Buona fioritura a tutti!”
Sì

Un pensiero su “Agricoltura, Tempo… e molto di più!

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